lunedì 17 ottobre 2011
domenica 9 ottobre 2011
Afghanistan: il silenzio è inammissibile!
Afghanistan: il silenzio è inammissibile!
Flavio Lotti: Domani ricorre il decimo anniversario dell'inizio della guerra a Kabul, questa guerra ci costa più di due milioni di euro al giorno. Quante famiglie in difficoltà potremmo aiutare con quei soldi? A quanti giovani potremmo offrire un posto di lavoro?
Alla vigilia del decennale, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
"Domani ricorre il decimo anniversario dell'inizio della guerra in Afghanistan e io trovo davvero scandaloso che non se ne parli. Un mese fa non c'è stato un giornale o una televisione che non abbia dedicato ampio spazio al decennale dell'11 settembre. Oggi invece il silenzio è totale. Eppure il 7 ottobre 2001 è iniziata una guerra disastrosa che ci vede ancora pienamente coinvolti. Possiamo permetterci di non fare un bilancio di questi dieci anni di guerra? Possiamo fingere di non vedere il disastro che ha provocato? Possiamo evitare di discutere quello che dobbiamo fare ora?
Mettiamo per il momento da parte le riflessioni morali, politiche e militari e guardiamo solo agli aspetti biecamente economici della faccenda. Se il primo anno di guerra in Afghanistan ai contribuenti italiani è costato circa settanta milioni di euro, oggi ne costa più di settecento. Quante famiglie in difficoltà potremmo aiutare con due milioni di euro al giorno? A quanti giovani potremmo offrire un posto di lavoro?
Tra poche settimane il Parlamento sarà chiamato ancora una volta a decidere se e come rifinanziare la partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan. Nessuno può permettersi di giungere a quell'appuntamento nello stesso modo in cui ci si è arrivati per dieci anni, senza un vero confronto politico pubblico, senza una valutazione della strada che si sta percorrendo, senza una strategia e degli obiettivi chiari.
Decidere cosa fare della nostra presenza in Afghanistan è questione di grande rilievo pubblico nazionale e dopo dieci anni di guerra solo degli irresponsabili possono pensare di rifinanziare automaticamente la missione. Gli Stati Uniti hanno già inviato in Afghanistan il generale incaricato di organizzare il loro ritiro, alcuni paesi occidentali lo hanno già effettuato, altri l'hanno avviato. E noi cosa vogliamo fare? Restare sino al giorno in cui se ne andranno gli americani? Aspettare che gli americani ci dicano cosa dobbiamo fare? Fino ad oggi questo dibattito è stato condotto nelle segrete stanze da un manipolo di militari e politici. Ora non è più ammissibile. Anche dal punto di vista economico. Ogni soldo speso per continuare a fare la guerra in Afghanistan è un soldo sottratto agli italiani che vivono nell'insicurezza quotidiana."
Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace
Perugia, 6 ottobre 2011
In ottemperanza al D.L. n. 196 del 30/6/2003 in materia di protezione dei dati personali, le informazioni contenute in questo messaggio sono strettamente riservate ed esclusivamente indirizzate al destinatario indicato (oppure alla persona responsabile di inoltrarlo allo stesso). Vogliate tener presente che qualsiasi uso, riproduzione o divulgazione del testo deve considerarsi vietata. Nel caso in cui aveste ricevuto questo messaggio per errore, vogliate cortesemente avvertire il mittente (via email, fax o telefono) e provvedere all'immediata distruzione. Nel caso non vogliate più essere contattati e non essere più inseriti nelle nostre banche dati, vi chiediamo di trasmetterci una mail alla nostra casella di posta elettronica privacy@perlapace.it
| Flavio Lotti |
Alla vigilia del decennale, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
"Domani ricorre il decimo anniversario dell'inizio della guerra in Afghanistan e io trovo davvero scandaloso che non se ne parli. Un mese fa non c'è stato un giornale o una televisione che non abbia dedicato ampio spazio al decennale dell'11 settembre. Oggi invece il silenzio è totale. Eppure il 7 ottobre 2001 è iniziata una guerra disastrosa che ci vede ancora pienamente coinvolti. Possiamo permetterci di non fare un bilancio di questi dieci anni di guerra? Possiamo fingere di non vedere il disastro che ha provocato? Possiamo evitare di discutere quello che dobbiamo fare ora?
Mettiamo per il momento da parte le riflessioni morali, politiche e militari e guardiamo solo agli aspetti biecamente economici della faccenda. Se il primo anno di guerra in Afghanistan ai contribuenti italiani è costato circa settanta milioni di euro, oggi ne costa più di settecento. Quante famiglie in difficoltà potremmo aiutare con due milioni di euro al giorno? A quanti giovani potremmo offrire un posto di lavoro?
Tra poche settimane il Parlamento sarà chiamato ancora una volta a decidere se e come rifinanziare la partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan. Nessuno può permettersi di giungere a quell'appuntamento nello stesso modo in cui ci si è arrivati per dieci anni, senza un vero confronto politico pubblico, senza una valutazione della strada che si sta percorrendo, senza una strategia e degli obiettivi chiari.
Decidere cosa fare della nostra presenza in Afghanistan è questione di grande rilievo pubblico nazionale e dopo dieci anni di guerra solo degli irresponsabili possono pensare di rifinanziare automaticamente la missione. Gli Stati Uniti hanno già inviato in Afghanistan il generale incaricato di organizzare il loro ritiro, alcuni paesi occidentali lo hanno già effettuato, altri l'hanno avviato. E noi cosa vogliamo fare? Restare sino al giorno in cui se ne andranno gli americani? Aspettare che gli americani ci dicano cosa dobbiamo fare? Fino ad oggi questo dibattito è stato condotto nelle segrete stanze da un manipolo di militari e politici. Ora non è più ammissibile. Anche dal punto di vista economico. Ogni soldo speso per continuare a fare la guerra in Afghanistan è un soldo sottratto agli italiani che vivono nell'insicurezza quotidiana."
Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace
Perugia, 6 ottobre 2011
In ottemperanza al D.L. n. 196 del 30/6/2003 in materia di protezione dei dati personali, le informazioni contenute in questo messaggio sono strettamente riservate ed esclusivamente indirizzate al destinatario indicato (oppure alla persona responsabile di inoltrarlo allo stesso). Vogliate tener presente che qualsiasi uso, riproduzione o divulgazione del testo deve considerarsi vietata. Nel caso in cui aveste ricevuto questo messaggio per errore, vogliate cortesemente avvertire il mittente (via email, fax o telefono) e provvedere all'immediata distruzione. Nel caso non vogliate più essere contattati e non essere più inseriti nelle nostre banche dati, vi chiediamo di trasmetterci una mail alla nostra casella di posta elettronica privacy@perlapace.it
venerdì 7 ottobre 2011
Lettera dell'Anpi di L'Aquila al Ministro Maroni per la vergognosa intitolazione ad Aielli (AQ) al prefetto fascista Letta , tra gli attuatori delle leggi razziali
Onorevole signor Ministro,
l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia intende portare alla sua attenzione la situazione che si è determinata nel Comune di Aielli (AQ).
Nei mesi scorsi, il Sindaco di Aielli, Benedetto Di Censo, aveva annunciato una solenne manifestazione per intitolare l’attuale Piazza Risorgimento all’ex Prefetto Guido Letta e per assegnare la cittadinanza onoraria all’On. Gianni Letta, attuale Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
L’Amministrazione comunale provvedeva a promuovere questa duplice iniziativa con due distinti atti amministrativi: la Delibera di Giunta comunale n. 28 del 13 aprile 2011 “Modifica intitolazione della piazza attualmente denominata Piazza Risorgimento” e la Delibera di Consiglio comunale n. 10 del 3 giugno 2011 “Concessione della cittadinanza onoraria”. La manifestazione nel suo complesso veniva solennemente annunciata sugli organi di informazione e con ampia diffusione di inviti per il 17 settembre 2011. Le critiche dell’ANPI provinciale e di molti cittadini aiellesi sulla nuova intitolazione della piazza proprio in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia (e forse anche la prudenza dell’On. Gianni Letta) avevano determinato il rinvio della cerimonia: rinvio che poteva essere l’occasione per riflettere seriamente e assumere decisioni condivise che valorizzassero la storia unitaria e democratica del nostro Paese.
Il fatto che proprio nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario dell’Unità nazionale un’Amministrazione decida di togliere da una piazza l’intestazione “Risorgimento” per assegnarla a una figura che fu Prefetto del Fascismo e attuatore delle leggi razziali – peraltro usando la somma di 20.000,00 € assegnata dalla Provincia, appositamente destinata a “Compartecipazione Spese Comune di Aielli - Celebrazione 150° Unità d’Italia”, come parte dei fondi stanziati con l’OPCM n. 3945 del 13/06/2011 e affidati al Commissario delegato per la Ricostruzione post-terremoto – rappresenta un atto gravissimo ed un’offesa vergognosa alla Nazione italiana e allo spirito della Costituzione antifascista del nostro Paese.
Una riflessione e un apprezzabile ripensamento da parte del Sindaco sarebbero stati – e sarebbero tuttora – più che mai doverosi alla luce dei fatti storici.
Infatti l’intitolazione della piazza all’ex Prefetto Guido Letta è stata giustificata “per l’aver [Guido Letta] ricoperto incarichi prestigiosi come Prefetto di sedi importanti per diversi decenni”.
E durante il dibattito in Consiglio Comunale, al consigliere Giannini che suggeriva “di fare ricerche storiche più approfondite e di sentire la comunità”, il Sindaco aveva replicato “per quanto riguarda il Prefetto Letta di non essere uno storico , ma di prendere atto dell’operato del Prefetto […] come benefattore del Comune di Aielli”.
In realtà il Prefetto Letta nelle sue convinzioni, nei suoi atti politici e nella sua carriera amministrativa fu tra i più ferventi sostenitori del fascismo, fu membro della segreteria particolare di Mussolini e in quanto tale intermediò con il vile sicario di Giacomo Matteotti, Amerigo Dumini, aderì alla Repubblica Sociale Italiana di Salò anche nella sua qualità di ufficiale dell’esercito, fu un convinto assertore e un rigoroso attuatore delle famigerate leggi razziali emanate nel 1938 dal fascismo e causa di deportazione e morte per migliaia di ebrei italiani, dopo l’8 settembre 1943 “dette prova fin dal primo giorno di collaborare lealmente con le autorità militari germaniche, meritandosi piena fiducia e parole di alto riconoscimento”, fu nominato Console della MVSN – Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale a scelta speciale e addirittura, per i suoi meriti di collaborazione con la Germania nazista, fu insignito dell’Ordine dell’Aquila Tedesca (in tedesco Verdienstorden vom Deutschen Adler), una speciale onorificenza dell’Ordine Cavalleresco nazista istituita il 1 maggio 1937 da Adolf Hitler e assegnata a soli 9 Prefetti su 322.
Dunque meglio sarebbe stato approfondire e, alla luce di queste (e altre) valutazioni, soprassedere al cambio d’intitolazione della piazza.
Invece, il 20 agosto scorso, in gran segreto e in modo repentino, addirittura nell’ambito dei festeggiamenti dei santi patronali, è avvenuta la cerimonia che ha modificato il nome della piazza cittadina da Piazza “Risorgimento” a Piazza “Guido Letta”, con l’installazione di un busto dell’ex Prefetto che il titolare, consapevole dei suoi trascorsi fascisti, si era fatto fare da solo e installare nella sua villa privata.
Ovviamente alla manifestazione non c’erano gli illustri ospiti nazionali evidentemente imbarazzati, non è stata assegnata la prevista cittadinanza onoraria all’On. Gianni Letta e la cerimonia si è ridotta a un “blitz” improvvisato, sintomo di vergogna per una scelta poco meditata e ancor meno condivisa.
La scelta dell’Amministrazione di Aielli – qualunque ne fossero le intenzioni – si è rivelata sbagliata e grave. E deve essere rivista per non costituire un “precedente” antistorico, negazionista e in palese contrasto con i valori e i principi della Costituzione Repubblicana.
Per questo motivo l’ANPI, forte del suo patrimonio di serietà, prestigio e onorabilità, continuerà a difendere – ad Aielli e ovunque – i valori della storia democratica dell’Italia, della Resistenza antifascista e della Costituzione repubblicana da qualunque tentativo revisionista.
Lo farà con il giusto rispetto verso tutti, ma in modo intransigente e appassionato in onore della cultura democratica della Provincia dell’Aquila, insignita nel 2005 dal Presidente Ciampi della medaglia d’oro al valor civile.
Con questo spirito e nell’ambito delle sue prerogative istituzionali, ci permettiamo di chiedere il suo autorevole intervento di Ministro della Repubblica italiana perché si ponga riparo a questo atto grave e inusitato.
Il
Il Comitato Provinciale ANPI di l'Aquila
L’Aquila, 3 ottobre 2011
domenica 2 ottobre 2011
50 POSTI AI GIOVANI ITALIANI SUL TRENO DEI MILLE DA BRUXELLES A AUSCHWITZ ORGANIZZATO DALL'ANPI
Carissimi,
la Segreteria Nazionale, in una sua recente seduta, ha deciso di accogliere la proposta della FIR (Federazione internazionale dei resistenti), di destinare 50 posti a giovani italiani sul “Treno dei mille” che il 5 maggio 2012 partirà da Bruxelles e porterà i ragazzi e le ragazze di tutta Europa a una visita guidata ad Auschwitz - Birkenau. 10 dei nostri posti saranno riservati a giovani “italiani d’Europa”, cioè delle ANPI europee e di cui si occuperà Filippo Giuffrida, Vice Presidente ANPI Belgio, mentre gli altri 40 dovranno essere scelti dalle nostre ANPI.
Attenzione! La fascia d’età deve essere compresa tra 18 – 19 – 20 anni, come stabilito per gli altri giovani europei. La quota di partecipazione per ogni giovane è di 200,00 euro e comprende il viaggio in treno da Bruxelles a Birkenau e ritorno, il vitto e l’alloggio per tutti i cinque giorni. La visita si svolgerà infatti dal 5 al 10 maggio 2012. In seguito studieremo il modo migliore di raggiungere Bruxelles dall’Italia (probabilmente il più conveniente è un volo low cost tipo Ryanair) ma intanto è urgente che tutte le ANPI si attivino per selezionare i giovani da far partecipare al viaggio. Il termine ultimo per inviare all’ANPI Nazionale l'adesione all'iniziativa, con il numero dei partecipanti, è il 12 ottobre e il criterio che adotteremo sarà quello delle candidature che perverranno per prime. E’ ragionevole pensare a un piccolo numero di accompagnatori, massimo 5, e dunque il numero dei giovani resta fissato a 35.
E’ la seconda volta che il treno dei mille viene organizzato sotto l’alto patronato del Re del Belgio, la prima fu nel 2009 e si trattò di un’esperienza altamente formativa a cui purtroppo non parteciparono giovani italiani. La Segreteria Nazionale ha valutato che questa occasione non deve essere mancata per dare ai nostri ragazzi e ragazze l’opportunità di vivere un momento di reale integrazione attorno a una vicenda fondativa della Europa democratica e antifascista.
L'adesione va inviata ai seguenti indirizzi di posta elettronica: anpisegreteria@libero.it, ufficiostampa@anpi.it
Per ulteriori informazioni, potrete rivolgervi a Nazareno Re (tel. 3488130033), incaricato dalla Segreteria Nazionale a seguire l'iniziativa.
Cari saluti
LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI
giovedì 29 settembre 2011
Il Manifesto con un'intervista a Francesco Innamorati Presidente Anpi Perugia
Il Manifesto mensile umbro di politica, economia e cultura
|
ghesia italiana e umbra, politici e burocra- ti della Regione e degli enti locali.
Questo modello è entrato in difficoltà conHomeless
emergendo dalle inchieste giudiziarie e da
cui la maggioranza di centr o sinistra
umbra tenta difficoltosamente di divinco-
larsi si configura come la ramificazione di
la crisi economica, non è più riproducibile
e ciò spiega perché oggi tutto esploda.
L’intervista della Rosignoli al “Corriere
dell’Umbria” da questo punto di vista è
|
un sistema se non criminoso sicuramente
politicamente viscido. Le sue radici sono
interne ed esterne alla regione. Quelle
esterne sono sotto gli occhi di tutti: il
modo in cui è stato gestito il potere politi-
co nel quasi ventennio berlusconiano, il
circuito sempre più stretto tra politica e
affari, i fenomeni di corruttela che coin-
volgono lo stesso presidente del consiglio
con i suoi processi, le notti brave, le fre-
quentazioni con personaggi discutibili e
discussi. Ma sarebbe sbagliato pensare che
tolto di mezzo Berlusconi la questione sia
risolta. Il presidente del consiglio è solo
l’aspetto eccessivo e caricaturale di un pro-
cesso più generale di corrompimento della
Repubblica che lambisce e coinvolge la
stessa opposizione: dall’“abbiamo una
banca” di Piero Fassino, al sexigate e alle
operazioni sulla sanità degli amici pugliesi
di D’Alema fino ai recenti fatti di Sesto
San Giovanni. Quello che si configura è
un vero e proprio sistema che, eliminato il
Caimano, rischia di riprodursi all’infinito,
come un tumore che genera continuamen-
te metastasi. In altri termini non si tratta
di fenomeni di malcostume, casi isolati,
come sostengono alcuni, ma di un collau-
dato meccanismo che non può esser e
smontato invocando l’autoriforma della
politica, ma con mezzi eccezionali che
coinvolgano cittadini organizzati e provo-
chino una “indignazione” capace di tra-
sformarsi in movimenti di massa.
La questione delle inchieste umbre si col-
loca in questo contesto. Non si tratta,
anche qui, di fenomeni episodici, ma di
un modo strutturato di gestione della cosa
pubblica tramite l’individuazione di inter-
locutori sociali e la costruzione di clientele
attraverso l’uso della spesa pubblica.
Non sappiamo - lo abbiamo ripetuto più
volte - se le cose che vengono descritte e
raccontate attraverso le intercettazioni
siano perseguibili penalmente e franca-
mente siamo poco interessati alle vertenze
legali che coinvolgono i protagonisti: dal-
l’ex presidente della Regione, ai suoi asses-
sori, alla direttrice dell’Asl 3, la dottoressa
Gigliola Rosignoli, all’ex capo di gabinetto
della Lorenzetti, Sandra Santoni, a sinda-
ci, a presidenti di public utility, ecc..
Il sistema
Facessero i magistrati. Né abbiamo inten- zione di lanciarci in tirate moralistiche. Quello che per noi è importante è capire il senso politico di queste vicende, come si collocano rispetto alle trasformazioni eco- nomico-sociali dell’Umbria nel primo decennio del XXI secolo. Quello che si è saldato è un blocco di potere che ha fatto delle politiche di urbanizzazione e di edifi- cazione, dei lavori pubblici, il volano di una fragile crescita economica e della spesa pubblica e dei servizi a rete lo strumento attraverso cui si costruivano blocchi elet- torali, interlocuzioni con poteri esterni ed interni alla regione. Intorno a ciò si è costruita una classe dominante in cui si sono saldati rendita edilizia, sfruttamento del territorio, forme di erogazione di lavo- ro e servizi che generavano solide clientele, rapporti con settori compradori della bor-
emblematica. Cosa dice? Che non ci sono
illeciti, che tutto quello che ha fatto era
nella sua discrezionalità, che la sua defene-
strazione - avvenuta qualche giorno dopo -
è il tentativo di scaricare tutte le responsa-
bilità politiche e amministrative su una
sola persona, assolvendo tutti gli altri. In
realtà la direttrice dell’Asl 3 era un tassello
non secondario di un sistema di potere, di
un bilanciamento di interessi in cui erano
coinvolti tutti i protagonisti dell’inchiesta
folignate. Non solo, quindi, capro espiato-
rio, ma protagonista di una vicenda politi-
camente discutibile.
Ma allora perché salta? Il motivo è meno
complicato di quanto appaia. Se il sistema
affermatosi nel decennio scorso mostra
crepe, non regge più, è evidente che sia
meno compatto, permeabile alle inchieste.
Chi è escluso dal gioco parla e coinvolge
poteri e potenti. E’ quello che è successo.
In questa situazione è evidente che il pote-
re politico non può perpetuarlo, per non
essere esso stesso travolto dalla frana. A
maggior ragione quando cambiano i pro-
tagonisti, che non vogliono essere coinvol-
ti in fatti che non hanno contribuito a
determinare. I fatti di questi ultime setti-
mane confermano questa ipotesi e spiega-
no perché alla fine si sia ritenuto opportu-
no - dopo un anno di graticola - liberarsi
della Rosignoli. E’ anche il sintomo di un
meccanismo ingrippato di comunicazione
e di fiducia tra la burocrazia apicale e i
politici. La prima è convinta che si possa
andare avanti lungo la consolidata strada
individuata nel decennio precedente, la
seconda si sta accorgendo che il modello
lorenzettiano non è più proponibile, non
sa come cambiare, ma comunque si rende
conto che così non può andare avanti.
Tutto qui.
Non c’è nessuna palingenesi, ma un calco-
lo, tutto sommato elementare, teso a sal-
vare il salvabile. Nella congiuntura: la
Presidente ha fatto comunque bene a giu-
bilare la sua dirigente, anche se al limite
del tempo massimo, la Rosignoli, per
parte sua, ha sostenuto che se l’avessero
rimossa sarebbe tornata a fare il medico.
Lo faccia. E’ pur sempre un mestiere
dignitoso.
corso gli sfratti in Umbria hanno già supe- rato le mille unità a fronte delle 870 pen- denze registrate nel 2010. Il quadro è reso ancora più drammatico dal taglio del Fondo a sostegno degli affitti, istituito dalla legge
431/98: se nel 2010 il governo aveva stan- ziato 2 milioni e 400 mila euro, per il 2011 la cifra è crollata a 182 mila euro. La causa di gran lunga prevalente che determina il provvedimento giudiziario è la morosità rei- terata dell’inquilino, una morosità che nella quasi totalità dei casi nasce da gravi diffi- coltà economiche. Insomma in base a questi dati non saremmo di fronte a comporta- menti “furbeschi” ma ad una vera e propria emergenza sociale scatenata dalla crisi in atto che colpisce due volte: direttamente togliendo il lavoro, indirettamente, attraver- so la cancellazione della possibilità di usu- fruire di un sostegno all’affitto, togliendo anche la casa. C’è da dire che la Regione ha comunque deciso di tamponare, in parte, la falla stanziando la somma aggiuntiva di un milione di euro. Ma non basta. Ecco che allora che il consigliere Dottorini, già verde e ora Idv, seguito a ruota dall’assessore Vinti, ha proposto di assegnare agli inquili- ni sfrattati o a rischio di sfratto, almeno nel capoluogo, gli appartamenti sotto sequestro di Ponte San Giovanni finiti in mano alla camorra, sempre che possano essere confi- scati e si trovino le risorse per completarne la costruzione. La proposta è comunque buona, da anime, se ci è permesso, fin trop- po candide. In Umbria la politica edilizia ed urbanistica degli ultimi decenni è stata scel- lerata e fallimentare, non servivano i casalesi per capirlo. La responsabilità dello scempio chiama in causa l’intero ceto politico- amministrativo o quasi. Grazie alla famige- rata Bucalossi, di case vuote, invendute o sfitte, ce ne sono fin troppe, a prescindere dalle infiltrazioni camorristiche. Fintanto che il tessuto economico e sociale ha, tutto sommato, retto, la questione è stata posta, al massimo, in termini ambientali (i verdi in questo sono stati maestri). Oggi che l’e- mergenza è in primo luogo sociale si tenta di correre ai ripari, ma la politica, quella buona, dovrebbe fare ben altro: prevenire il disastro e non contribuire a provocarlo. In questo caso Berlusconi c’entra ben poco.
Acidità di stomaco
Il sindaco perseverante
Cambio di casacca
Cara mobilità
L’oro di “UmbriaLeft” Mafie. Umbria
terra di conquista 2
politica
Riassetto e processi
democratici 3
di Renato Covino
Il federalismo
non esiste più 4
di Franco Calistri
Umbertide verso
l’obiettivo rifiuti zero 5
di P.L.
Tasse alle coop:
la vendetta dei cretini
di Re.Co.
Difendere la democrazia
e la pace 6
di Adelaide Coletti
dossier città Foligno L’aria che tira 7 a cura di Fausto Gentili
società
La guerra santa di Giovanardi
e dei suoi cavalieri 11
di Paolo Lupattelli
Statuto: Bistoni supera la Gelmini
di Giacomo Ficarelli
La situazione è eccellente
per chi non la conosce 12
di Alessandra Caraffa
cultura
La primavera
delle nuvole d’autore 13
di Alberto Barelli
L’eclisse dell’etica
di Maurizio Fratta
L’utopia di Basaglia 14
di Luigi Attenasio,
Angelo Di Gennaro

Il marxismo è morto,
viva Marx 15
di Roberto Monicchia
Libri e idee 16
Iscriviti a:
Post (Atom)


